Da sudditi a cittadini: la rivoluzione che non abbiamo capito
La nostra storia di “cittadini” prende avvio il 2 giugno 1946, data del referendum istituzionale con cui gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica. Da quel momento, tanto coloro che si recarono alle urne quanto coloro che non vi parteciparono cessarono di essere “sudditi” per diventare, almeno formalmente, “cittadini”.
L’esito della consultazione fu di 12.182.855 voti a favore della Repubblica e 10.362.709 a favore del Regno, pari rispettivamente al 54% e al 46%. Un risultato chiaro, ma non uniforme: diverse regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, si espressero in maggioranza per la Monarchia, segno di un Paese che nasceva già diviso nella sua nuova identità.
Tuttavia, il passaggio da suddito a cittadino non si esaurisce in un risultato elettorale. È solo con l’entrata in vigore della Costituzione, il 1° gennaio 1948, che questa trasformazione trova una definizione piena e concreta, destinata a diventare nel tempo oggetto di riflessione, interpretazione e, non di rado, di conflitto.
La differenza tra suddito e cittadino è profonda: il primo è soggetto a un potere che lo sovrasta; il secondo è, almeno in linea di principio, parte integrante di quel potere. Eppure, questa distinzione non è stata sempre pienamente compresa. Molti non se ne sono accorti, e le generazioni successive al 1947 hanno spesso considerato tale condizione come un dato naturale, privo di particolare valore.
Anche l’etimologia offre spunti significativi. Il prefisso “re” di “Repubblica” può essere ricondotto tanto al verbo latino *regere* (“governare”), quanto al sostantivo *res* (“cosa”). Nel primo caso, si potrebbe intendere come “governo di tutti”; nel secondo, come “cosa di tutti”. È quest’ultima interpretazione che appare più coerente con lo spirito della Costituzione.
L’articolo 1 afferma infatti:
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo».
Se si presta attenzione alle prime parole — “L’Italia è una Repubblica” — emerge una dimensione concreta e non astratta del concetto di Stato. L’Italia è il suo territorio, con i suoi monti, i fiumi, i laghi, il mare nelle acque territoriali, lo spazio aereo e tutto ciò che in essi è contenuto e non attribuibile a proprietà individuale.
Non si tratta, dunque, di un’idea astratta ma di una realtà materiale e giuridica ben definita, che appartiene al popolo italiano e che da esso dovrebbe essere governata e amministrata.
Da questa prospettiva discende una conseguenza tanto semplice quanto spesso trascurata: l’Italia può essere concepita come una proprietà indivisa, nella quale ciascun cittadino detiene una quota dell’intero patrimonio comune. Una quota non materialmente separabile, ma reale nella sua sostanza.
Ed è proprio qui che emerge un paradosso: ogni cittadino, indipendentemente dalla propria condizione economica, è titolare di una ricchezza collettiva immensa, e tuttavia raramente ne è consapevole.
In fondo, il vero passaggio da suddito a cittadino non è solo giuridico, ma culturale.
Finché il cittadino non percepisce lo Stato come “cosa propria”, continuerà, nei fatti, a comportarsi come un suddito.